Discorso inaugurale all’apertura dei V Incontri Teologici Mediterranei, Lovran 2026.
Cari amici, gentili ospiti,
con gioia e orgoglio, ma anche con un certo senso di trepidazione, vi rivolgo il mio saluto all’apertura della V edizione degli Incontri Teologici Mediterranei degli studenti di teologia e teologi già laureati delle Chiese cristiane e degli istituti islamici,
Insieme ai miei collaboratori, esprimo la nostra soddisfazione e il nostro orgoglio per il fatto che ci ritroviamo in questo contesto per la settima volta. Nel conteggio includo infatti anche le due Scuole estive di teologia di Dubrovnik.
Non è cosa da poco provare la gioia dell’incontro con volti familiari e nuovi, con teologi più anziani e più giovani, con giornalisti, sacerdoti, amici, con tutti voi che seguite con benevolenza il nostro lavoro. Sono convinto che trascorreremo questa settimana in un clima di ascolto reciproco, di stima, di riflessione e di dialogo sul tema della pace e che, arricchiti da questa esperienza, faremo ritorno alle nostre case e alle nostre comunità. Vale la pena ricordare il pensiero del teologo Ivan Golub, secondo il quale, nelle lingue slave, la parola incontro è etimologicamente legata alla parola felicità.
Mentre ringrazio quanti hanno contribuito all’organizzazione degli Incontri Teologici di Lovran (Laurana) di quest’anno, desidero rivolgere un ringraziamento particolare ai nostri relatori, cristiani e musulmani. Quest’anno saranno con noi Sihem Djebbi, il vescovo Grigorije Durić, Stipe Odak e Viola Raheb. Con i loro interventi ci inviteranno a rimanere vigili, anche nei giorni estivi, su ciò che è essenziale dal punto di vista teologico: testimoniare con maggiore coerenza il Dio della pace e rendere il nostro impegno per la pace sempre più concreto.
Rivolgo inoltre un caloroso ringraziamento agli illustri ospiti di questa edizione degli Incontri: il cardinale di Chicago Blase Cupich e il cardinale di Belgrado Ladislav Nemet. Con la loro presenza e i loro interventi mostriamo che gli Incontri Teologici Mediterranei non sono soltanto mediterranei, ma esprimono la cattolicità, cioè l’universalità della Chiesa, che, secondo il Vangelo di Gesù, è chiamata a essere luogo, segno e strumento di relazioni nuove e migliori tra gli esseri umani. Il nostro desiderio è che questi incontri diventino, per riprendere un’espressione di papa Francesco pronunciata in un analogo incontro teologico a Napoli, anche se in modo modesto, un laboratorio teologico di fraternità e di amicizia tra persone e popoli.
Ho detto, tuttavia, che accanto alla gioia e all’orgoglio provo anche un certo disagio nel rivolgermi a voi. Questo disagio non nasce dall’esitazione nel testimoniare la mia fede, ma dalla straordinaria esigenza del tema che abbiamo scelto per la nostra riflessione e, ancor più, della necessaria prassi che dovrebbe scaturire dalle nuove consapevolezze e intuizioni maturate insieme. È il tema stesso della pace a suscitare in me questo sentimento. La pace appartiene infatti agli ideali più alti e alla spiritualità più esigente della nostra esistenza. Chi può davvero affermare di vivere pienamente nella pace e di essere autenticamente un operatore di pace?
Il titolo completo degli Incontri Teologici Mediterranei di quest’anno è: «Profetizzare la pace circondati dal frastuono della guerra. L’impegno per la pace nell’epoca del militarismo». Se la Chiesa cattolica — ma certamente non soltanto essa: tutti noi — siamo responsabili della pace nel nostro mondo; se desideriamo costruire relazioni migliori tra le persone, edificare la fraternità e promuovere l’amicizia, allora sappiamo bene quanto siamo, nonostante le nostre migliori intenzioni, fragili e deboli, incoerenti e peccatori, sia personalmente sia come comunità, come Chiese e come comunità religiose, nel nostro essere costruttori di pace.
Il nostro titolo afferma che la profezia della pace si compie in un contesto assordante, nel frastuono della guerra, e che l’impegno per la pace si esercita nell’epoca del militarismo. È come se, da quando esiste il mondo, la pace e l’opera di pace avessero trovato il loro ambiente naturale proprio tra le grida della guerra e il diffuso spirito di belligeranza. Come se, per l’essere umano, fosse naturale combattere e fare la guerra. Per questo la parola profetizzare ci ricorda che soltanto con coraggio profetico possiamo opporci alla forza di una mentalità bellicosa così pervasiva.
Ma bisogna essere subito chiari su un punto. La storia non conosce alcun profeta della pace che non abbia pagato caro la propria profezia, fino a subire persecuzioni e perfino la morte. E non è raro che proprio nel fragore della violenza e della guerra i primi a essere colpiti siano gli operatori di pace. Ancora oggi, in questo stesso momento, da qualche parte nel mondo risuonano parole di scherno e di compiacimento per la sorte del profeta della pace, ridotto al silenzio o assassinato. «Ben gli sta: cercava la pace, il dialogo, il perdono!», riecheggia con cinismo il sarcasmo dei potenti e delle folle manipolate.
E tuttavia, proprio dall’altra parte della guerra, noi credenti delle nostre religioni professiamo che il Dio nel quale crediamo esige senza condizioni la pace, cioè la costruzione della pace tra gli esseri umani. Nei nostri incontri ecumenici e interreligiosi amiamo citare i testi sacri che parlano della pace, richiamare le grandi figure di costruttori di pace, riflettere sul significato delle parole pace, shalom, salam. Non possiamo non parlare di quella che è una delle aspirazioni più profonde del cuore umano.
Anch’io desidero farlo. Perché, nonostante tutte le deviazioni e le ipocrisie che possono accompagnare i nostri sforzi per la pace, sono convinto che la nostra condizione segnata dalla guerra non cambierà se taceremo e se smetteremo di invocare la pace. Per questo desidero condividere con voi alcune riflessioni sulla pace e sull’essere operatori di pace.
La pace con Dio e la pace disarmata negli occhi
Anzitutto, una breve domanda: quando ciascuno di noi pronuncia con raccoglimento la parola pace, non avverte forse di non esserne il padrone? Non sente forse che la pace viene da altrove, da lontano, ma anche dall’intimo di noi stessi, da quelle profondità sconosciute del nostro essere che non siamo in grado di scrutare pienamente? Ascoltiamo ancora una volta come risuona dentro di noi la parola PACE. Non si tratta di una semplice suggestione retorica, ma della convinzione che la pace abbia realmente a che fare con il mistero più profondo della nostra esistenza, con Dio, così come quella voce più importante e più silenziosa che spesso confondiamo con la più intima e insieme la più estranea delle voci: la voce di Dio in noi.
Non affermano forse tutte le nostre fedi che ciò che più conta è essere in pace con Dio? E non identifichiamo forse questa pace con il nostro io più autentico? Diciamo infatti: essere in pace con Dio significa essere in pace con se stessi, mentre la più grande disgrazia è vivere in una permanente riconciliazione mancata con il proprio cuore.
Vorrei dunque anzitutto augurare a me stesso e a voi che questi Incontri Teologici Mediterranei, l’ascolto e il confronto, i dialoghi e la fraternità condivisa, ci aiutino nella ricerca di quella pace interiore che, per noi credenti, non può esistere senza una comunione personale e intima con Dio. Che la parola pace possa risuonare fino alle radici del nostro essere.
In una delle Beatitudini del Discorso della Montagna, Gesù afferma che «gli operatori di pace saranno chiamati figli di Dio». Nella cultura e nella lingua semitica in cui Gesù si esprime, i «figli» comprendono naturalmente anche le figlie. Essere dunque figli e figlie di Dio, essere suoi figli amati e tra noi fratelli e sorelle, è una beatitudine immensa, una felicità sublime. Beati sono coloro che vivono in pace con Dio, riconciliati con i propri desideri e le proprie ambizioni, con il lavoro e il riposo; coloro che sanno essere costruttori e mediatori di pace tra gli uomini, così che, in loro presenza, nessuno abbia paura, nessuno senta il bisogno di fingere, ma tutti possano sentirsi accolti, essere sinceri, vivere da amici, da figli di Dio uguali nella dignità.
La seconda riflessione che desidero condividere con voi riguarda un significato particolarmente esigente dell’essere operatori di pace.
Quest’anno papa Leone XVI ha proclamato l’Anno di san Francesco d’Assisi e ha composto una preghiera d’intercessione al Santo per la pace: una pace disarmata e disarmante nel mondo. In questa occasione desidero richiamare l’importanza dell’incontro di pace tra san Francesco e il sultano al-Malik al-Kāmil, del quale, nell’ottocentesimo anniversario, nel 2019, papa Francesco e il Grande Imam di al-Azhar Ahmed al-Tayyeb firmarono ad Abu Dhabi il Documento sulla Fratellanza Umana. Successivamente, le Nazioni Unite hanno proclamato il 4 febbraio Giornata Internazionale della Fratellanza Umana.
Nel 1219, nel pieno del fragore della quinta crociata, Francesco attraversò disarmato le linee del fronte — o, come scrisse il suo contemporaneo, il vescovo di Acri Giacomo di Vitry, «armato della fede» —, entrò nell’accampamento dell’esercito musulmano e incontrò il sultano. Non sappiamo come si svolse quell’incontro né di che cosa Francesco e al-Kāmil parlarono. È possibile che Francesco fosse animato dal desiderio di annunciare il Vangelo al sultano e ai musulmani, anche a costo del martirio. Ma una cosa è certa: Francesco tornò senza la palma del martirio e non fu lui a cambiare il sultano; fu piuttosto lui stesso a uscire trasformato da quell’incontro.
Questo, cari amici, è forse il compito più difficile dell’opera di pace. Non è affatto semplice, non soltanto negli incontri ecumenici e interreligiosi, ma nella vita di ogni giorno, presentarsi davanti a colui che consideriamo un «nemico», armati soltanto della nostra umanità e della nostra fede; guardarlo negli occhi e parlargli senza finzione e senza ambiguità diplomatica, disarmati, con la pace negli occhi, nel rispetto della dignità dell’altro e sotto lo sguardo di Dio, che ama ogni essere umano.
Ecco la traduzione in italiano, mantenendo il tono accademico, teologico e oratorio del testo originale.
La pace per la «civiltà dell’amore»
Il terzo pensiero che desidero condividere con voi prende spunto dalle parole di papa Leone XIV nella sua enciclica Magnifica humanitas (La magnificenza dell’umano). In questo documento, straordinariamente ricco di contenuti e dedicato all’agire umano nell’epoca della rivoluzione digitale e dell’intelligenza artificiale, il Papa si sofferma in particolare sul male della guerra, un male che deve essere chiamato con il suo vero nome.
La costruzione di un mondo nuovo, tuttavia, non può limitarsi alla denuncia del male della guerra, per quanto essa sia necessaria, ma deve fondarsi soprattutto sulla scelta di compiere il bene: costruire la civiltà dell’amore. Come sappiamo, a parlare per primo della civiltà dell’amore fu san Paolo VI, seguito poi da san Giovanni Paolo II. Il nostro teologo Tomislav J. Šagi-Bunić ne è stato un instancabile promotore.
Coerente con la propria lettura del mondo contemporaneo, già espressa nel videomessaggio del settembre 2025 con cui chiedeva che Lampedusa, una delle principali porte d’ingresso dei migranti in Europa, fosse riconosciuta patrimonio culturale immateriale dell’umanità, anche in questa enciclica Leone XIV invita tutta l’umanità a uscire dalla «globalizzazione dell’impotenza». Il suo appello è rivolto non soltanto ai cattolici, ma a ogni uomo e ogni donna. Nessuno, afferma il Papa, dovrebbe pensare di essere troppo piccolo o troppo debole per contribuire alla costruzione di un mondo nuovo fondato sull’amore.
Nel suo insegnamento sulla pace, il Papa osserva che in ciascuno di noi «si insinua una sottile tentazione: pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che quindi le nostre decisioni non possano cambiare nulla. È una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo. Certamente non tutti possiedono la stessa capacità di incidere sulla realtà: c’è chi governa, chi decide gli investimenti, chi dirige istituzioni, chi fa ricerca, educa, informa o produce; e c’è chi sembra avere soltanto la propria vita quotidiana. Eppure – continua il Papa – nessuno è privo di responsabilità. Ognuno dispone del proprio ambito di azione ed è proprio lì, e non altrove, che è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo attraverso l’indifferenza, il cinismo, la menzogna o l’odio) oppure custodire la logica della pace (con la verità, la moderazione, la prossimità e la cura)» (MH 212).
Senza pretendere di esaurire un tema tanto vasto, Leone XIV propone, per edificare la civiltà dell’amore in un tempo di divisioni, conflitti, guerre e persino guerre cibernetiche, «cinque orientamenti per la responsabilità quotidiana e pubblica». Alla «cultura dell’impotenza» egli contrappone la «civiltà dell’amore». Ognuno è responsabile non soltanto di se stesso, ma anche degli altri e dell’intera umanità. Tutti siamo chiamati a edificare una civiltà dell’amore, non una civiltà del conflitto. È significativo che il Papa eviti la diffusa espressione «scontro di civiltà»: probabilmente desidera che l’enciclica mantenga un tono il meno possibile conflittuale, per non attenuarne il messaggio positivo.
Per costruire la civiltà dell’amore egli indica cinque passi concreti: «disarmare le parole, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime, coltivare un sano realismo, ravvivare il dialogo e il multilateralismo» (MH 213).
1. Disarmare le parole
«Il primo contributo – afferma il Papa – che possiamo offrire a una civiltà più umana consiste nell’aver cura delle nostre parole. Disarmiamo le parole e contribuiremo al disarmo della terra» (MH 214).
Credo che anche noi, partecipanti a questi incontri teologici, condividiamo la convinzione che sia giunto il tempo di vigilare molto di più sul nostro linguaggio; di guardarci dalla violenza verbale, dall’aggressività esplicita o sottile, dai pregiudizi, dalla calunnia e da tutte quelle forme di demonizzazione che oggi invadono la comunicazione pubblica e il «campo di battaglia» digitale. Le nostre parole – prosegue il Papa – devono essere parole vere, capaci di offrire sapienza, consolazione e giustizia.
2. Pace e giustizia sono inseparabili
Il secondo passo verso la civiltà dell’amore riguarda direttamente la pace. Leone XIV si pone nella continuità dei suoi predecessori e ribadisce con forza: non c’è pace senza giustizia.
«Noi infatti non cerchiamo una pace qualsiasi, un’assenza di conflitti ottenuta a qualunque prezzo, ma quella vera pace che nasce dalla giustizia» (MH 214).
Richiamando sant’Agostino, il Papa ci invita a non stancarci mai di cercare la giustizia. E dobbiamo riconoscere quanto spesso, per stanchezza o per il fascino seducente del male, rinunciamo a essere giusti operatori di pace.
3. Guardare con gli occhi dell’altro e assumere lo sguardo delle vittime
Forse nessuno di questi cinque orientamenti è tanto importante per noi, uomini e donne del Mediterraneo e dei Balcani, dell’Europa meridionale e continentale, segnati da ingiustizie storiche, da innumerevoli vittime e dalla dolorosa percezione che gli altri non solo non vedano le nostre sofferenze, ma talvolta le neghino.
Per questo appare particolarmente prezioso l’invito del Papa: «Assumiamo lo sguardo delle vittime!»
La vita credente non consiste nel ripiegarsi su se stessi, nemmeno nella più intensa ascesi o nella più alta esperienza mistica. Occorre invece alzare lo sguardo, uscire dall’autoreferenzialità. Quanto ci manca questo atteggiamento quando cerchiamo di migliorare artificialmente il nostro passato, di sbiancare le nostre identità personali e collettive, quando contiamo le nostre vittime, scaviamo fosse comuni o foibe, celebriamo commemorazioni e costruiamo mitologie della sofferenza nazionale.
Il Papa è netto e intransigente: «Ci sono circostanze nelle quali, se vogliamo restare umani, dobbiamo smettere di esitare e prendere posizione. In alcuni conflitti non è giusto restare neutrali, né basta affermare di non esserne complici. Quando assistiamo al bombardamento di civili, agli attacchi contro ospedali, scuole o infrastrutture vitali, alla violenza che colpisce i bambini, ci troviamo davanti a scandali che feriscono l’umanità stessa. Per questo non possiamo fermarci a un’analisi astratta» (MH 216).
Le vittime devono diventare soggetti del nostro pensiero, della nostra parola e della nostra prassi. Dobbiamo, come diceva papa Francesco, «toccare la carne di chi soffre», lasciarci ferire dalla sorte degli sventurati, «non voltare la testa quando la dignità umana viene violata» (MH 216).
La compassione e l’empatia, qualità così carenti nella nostra civiltà, devono ritornare nell’educazione, nelle famiglie, nelle nostre Chiese e comunità religiose. Del resto è questo che Dio stesso ci insegna, Lui che è infinitamente compassionevole, misericordioso e ricco di bontà.
Le nostre Chiese devono essere luoghi di memoria viva delle vittime. Leone XIV riprende le parole di Paolo VI: dobbiamo essere «la voce dei morti delle guerre passate e la voce dei vivi che ancora oggi ne portano le ferite, affinché il loro grido divenga un appello alla pace e alla concordia, e non il preludio di nuovi conflitti» (MH 217).
4. Accogliere la realtà
Anche l’operatore di pace è esposto a molte tentazioni. Può cadere nello scoraggiamento dell’impotenza; può trasformare il proprio pacifismo in una professione che trae vantaggio dai conflitti altrui; oppure può rifugiarsi in un ingenuo ottimismo che abbellisce la durezza della realtà.
Per edificare la civiltà dell’amore è necessario, afferma il Papa, un «sano realismo», che eviti sia l’idealismo politico sia il cinismo.
Esiste infatti un idealismo che, per salvare la propria visione del mondo, seleziona i fatti, li deforma e li rinomina fino a vivere in una realtà costruita su misura delle proprie convinzioni. Esiste anche un realismo degenerato che identifica la constatazione dei fatti con l’indifferenza: poiché prevale la forza, conclude che così debba essere.
Il vero realismo, invece, non rinuncia a cambiare il mondo. Parte dalla lucida conoscenza degli interessi, delle paure, dei limiti e dei rapporti di forza proprio per individuare ciò che è concretamente possibile. Non riduce la politica a moralismo, ma non la consegna neppure alla violenza. Cerca vie praticabili affinché la pace diventi qualcosa di più di una parola: istituzioni credibili, garanzie verificabili, pazienti negoziati, prevenzione dei conflitti e protezione dei civili (MH 218).
5. Dialogo, negoziazione e multilateralismo
L’ultimo orientamento indicato da Leone XIV è il dialogo, insieme alla negoziazione e al multilateralismo.
Con tristezza dobbiamo constatare che, per alcuni credenti, la parola «dialogo» suscita diffidenza e perfino irritazione; alcuni annunciatori e maestri della fede sembrano rifiutarla.
Eppure il Papa è chiarissimo: «Per costruire la civiltà dell’amore dobbiamo praticare il dialogo. Esso è il principale strumento della convivenza tra persone e popoli e l’alternativa al conflitto aperto» (MH 219).
È davvero tragico quando proprio i credenti, e ancor più i teologi, si oppongono al dialogo.
La guerra è il peggior male che possa colpire persone e popoli. Con la guerra si può perdere tutto; con la pace e il dialogo non si perde nulla. Riprendendo l’insegnamento dei suoi predecessori, il Papa afferma:
«La guerra non è mai inevitabile; le armi possono e devono tacere, perché non risolvono i problemi…»
E aggiunge una riflessione profondamente radicata nella fede: alla base della giustificazione della guerra vi è una determinata antropologia, uno sguardo incredulo sull’altro. Gli altri non sono anzitutto nemici, ma esseri umani; non sono malvagi da odiare, ma persone con cui parlare. «Evitiamo le visioni manichee proprie delle narrazioni violente che dividono il mondo in buoni e cattivi» (MH 222).
Questa visione manichea e dualistica domina purtroppo le grandi potenze e molte delle politiche contemporanee. E, cosa ancor più dolorosa, contagia anche i credenti, che finiscono per adottare le categorie del mondo: buoni e cattivi, puri e impuri, credenti e non credenti, amici e nemici.
Il manicheismo è un’ideologia senza tempo: appartiene tanto ai presuntuosi quanto ai paurosi, tanto ai superbi quanto ai codardi; è l’ideologia di chi è spiritualmente pigro, incapace di vedere l’altro, privo della pazienza e dell’amore necessari per ascoltare, distinguere e discernere le sfumature della realtà.
Nessuno è immune dalla tentazione del manicheismo. È molto più facile impugnare il bastone del moralismo e dell’esclusione che affrontare la fatica del pensiero, cercare parole adeguate, esercitare uno sguardo compassionevole e comprendere gli altri.
Il manicheismo è, in ultima analisi, un’ideologia senza Dio. I manichei, siano essi credenti o atei, di destra o di sinistra, si sostituiscono a Dio: presumono di conoscere il destino degli uomini, decidono chi è giusto e chi è sbagliato, si atteggiano a salvatori e messia dell’umanità. Rinchiudono le persone in recinti ideologici, frammentano il mondo con confini invalicabili e tengono costantemente sospesa sopra gli uomini la spada dell’autocensura, imponendo loro di chiedersi continuamente a quale schieramento appartengano e dove siano considerati degni di essere accolti.
Noi siamo, cari amici, figli del padre della fede, Abramo, il quale, accogliendo con ospitalità degli stranieri, senza saperlo accolse Dio stesso. Siamo responsabili del mondo che lasceremo alle generazioni future: sarà un mondo ospitale o un mondo inospitale? Siamo chiamati a costruire relazioni reciproche migliori, a edificare una «civiltà dell’amore».
In questo tempo e in questo luogo del Mediterraneo abbiamo la preziosa opportunità, per una settimana, di incontrarci, dialogare, ascoltarci gli uni gli altri, imparare a guardare con gli occhi degli altri, essere attenti nelle nostre parole, dire la verità nella carità e nel rispetto della dignità di ogni persona.
Sono certo che, al termine di questi Incontri Teologici del Mediterraneo, torneremo alle nostre case e alle nostre comunità rafforzati nella fede in Dio; che avremo il coraggio di essere profeti di pace anche quando saremo circondati dal frastuono di chi alimenta la guerra; che sapremo guardarci da ogni forma di violenza, da ogni sacralizzazione dell’odio e della guerra. Torneremo a casa, ne sono convinto, con un rispetto e una fiducia ancora più grandi verso ogni persona, anche verso chi ci è sconosciuto, lo straniero, il disprezzato, la vittima e chi è colpito dalla sofferenza. Con coraggio incrollabile continueremo a edificare quella «civiltà dell’amore» che ha come fondamento la pace giusta e la fraternità universale.
Vi auguro che questi giorni siano per tutti voi fecondi, fonte di gioia, di pace e di benedizione.

